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Viaggio filosofico dentro Rothko

Viaggio filosofico dentro Rothko

Il colore dopo la figura

È nello sviluppo artistico e crono-biografico di questo artista che si articola Rothko a Firenze, una delle più importanti mostre a lui dedicate in Italia, ospitata a Palazzo Strozzi fino al 23 agosto 2026. Curata da Christopher Rothko, figlio dell’artista, ed Elena Geuna, è stata concepita appositamente per Firenze, in relazione al legame speciale tra l’artista e la città.

L’esposizione si apre con un artista ancora lontano dai grandi campi cromatici per cui è universalmente conosciuto. Figure ibride e segni biomorfici abitano superfici inquiete, dove il corpo umano sembra già perdere la propria stabilità. Qui si avverte una tensione tra forma e caos, tra immagine e dissoluzione. La figura non scompare ancora, ma è ferita e instabile.

Il passaggio successivo al quale assistiamo è quello della soglia. Il quadro smette di rappresentare qualcosa e comincia ad accadere. Le grandi tele rosse, gialle, nere e arancioni sono il cuore del percorso. Rothko raggiunge la sua forma più riconoscibile: rettangoli, bordi sfumati, campi cromatici, è una celebrazione della percezione, dell’immediato contro il simbolo e il linguaggio, della fenomenologia dell’esperienza. Il quadro non chiede di essere interpretato, ma attraversato. I colori diventano intensità, temperature emotive, luoghi non di mediazione, ma di meditazione.

Rothko a Firenze, exhibition views, Palazzo Strozzi, e Museo di San Marco, Firenze, 2026. Photo Ela Bialkowska, OKNO Studio.

La sua pittura espone lo spettatore alla propria interiorità, a quell’inestricabile groviglio mortale shakespiriano. La figura scompare, ma resta la condizione umana come presenza fragile davanti al nulla. Le opere diventano sempre più scure e dense sino ad aprire a una lettura esistenziale in cui il colore non scompare, ma si raccoglie. Davanti a Rothko lo spettatore è solo, esposto a una presenza che costringe a misurarsi con la propria interiorità. La pittura rimane semplicemente lì, come una soglia.

Questa evoluzione non è semplicemente il passaggio dalla figura all’astrazione. È il tentativo di togliere tutto ciò che può essere nominato, per arrivare a ciò che può solo essere sentito. È l’esperienza dell’immediato, dell’intuizione, della corporeità, contro logica, semantica e quantificabilità. Mark Rothko non è stato soltanto un artista concettuale, espressionista e innovativo. È stato soprattutto il campione della percezione, dell’apertura al mondo attraverso l’opera, dell’interiorità e dell’angoscia.
La sua è un’opera di costanti antitesi.

Forse è proprio questo che ci ha maggiormente comunicato questa esposizione. Come se l’opera di Rothko, al pari della poesia di Ungaretti o del pensiero di Bergson, sia rimasta uno degli ultimi 
monumenti dell’indicibile, del non mediato, di ciò che resta sotto le incrostazioni della razionalità moderna, del calcolo, del linguaggio.


Articolo di Francesco Cianciaruso. Foto Ela Bialkowska OKNO Studio.

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