Farīsāt: Gunpowder’s Daughters. L’italiana Chantal Pinzi finalista al World Press Photo 2026
In Marocco la “Tbourida” è la spettacolare tradizione equestre riconosciuta dall’UNESCO, che si svolge da oltre cinque secoli con spari di fucili al galoppo. Grazie alla riforma del codice della famiglia nel 2004 quel che è nato secondo un codice maschile oggi vive una metamorfosi significativa. Le farīsāt (Amazzoni marocchine) stanno rompendo quella tradizione riscrivendola dall’interno. La loro presenza e partecipazione trasforma infatti la pratica, mostrando come possa continuare a esistere grazie alla sua capacità di evolversi.
Cavalli berberi e arabi galoppano insieme, fianco a fianco, per duecento metri in perfetta sincronia. Nei loro abiti tradizionali i cavalieri li guidano fino all’ultimo istante, quando i moschetti si alzano e sparano all’unisono un colpo verso il cielo. Questa è la Tbourida, una cavalcata spettacolare della tradizione marocchina, una cerimonia secolare riservata quasi esclusivamente agli uomini, fino a oggi.
Chantal, la tua fotografia è narrazione ma anche attivismo sociale e di genere. Perché hai scelto di documentare le donne marocchine Farīsāt?
Negli ultimi anni il mio lavoro si è concentrato sulla ricerca di storie femminili nel mondo dello sport, comestrumento di emancipazione. Durante la mia ricerca sono venuta a conoscenza della storia di Amal Ahamri e della Tbourida, una cavalcata equestre in abiti tradizionali, riservata quasi esclusivamente agli uomini. Così ho deciso di raggiungerla per incontrare quelle donne che stanno rivendicando il proprio posto all’interno di un patrimonio culturale secolare.

Come sei riuscita a entrare in relazione con queste donne?
Ho viaggiato molte volte in Marocco. È un paese ospitale, generoso ma anche caotico e imprevedibile come l’Italia. Le donne marocchine mi hanno accolto nelle loro case, per osservare da vicino le loro vite. Le differenze culturali non sono mai state una barriera, piuttosto un’opportunità per imparare e costruire rapporti sinceri.
Come viene vissuta la presenza delle cavallerizze dagli spettatori?
C’è molta ammirazione e sostegno, soprattutto tra le donne nel pubblico, che intonano per loro canti di incoraggiamento. Purtroppo la pressione sociale e i pregiudizi sono ancora ben radicati, alimentati anche dalla gelosia. Le donne spesso sono più brave dei cavalieri, grazie alla loro determinazione e i loro bellissimi abiti colorati.

C’è un momento vissuto con queste donne che ti è rimasto dentro?
Era mattina presto al festival di Sidi Rahal. Le ragazze della troupe lavavano i cavalli nel mare prima dell’esibizione. Il cavallo di Ghita era molto agitato, perché durante il tragitto aveva avuto uno scontro con altri stalloni, facendola cadere. Quando lo ha portato in acqua per calmarlo, Zehr si è alzato sulle zampe, come per dirle ‘no’. Nel momento in cui l’ho vista ho sentito un’enorme scarica di adrenalina, è stato allora che ho iniziato a scattare, per immortalare questa giovane donna completamente in controllo.
Ricevere il riconoscimento del World Press Photo è una vittoria condivisa con le protagoniste?Sono orgogliosa di aver ricevuto questo riconoscimento con un progetto che parla di resistenza femminile. Sento di aver mantenuto la promessa fatta alle protagoniste: raccontare le loro storie, affinché vengano ascoltate e riconosciute. Il World Press Photo presta attenzione all’inclusione dello sguardo femminile: il resto del mondo è ancora dominato da una struttura patriarcale. Esiste un bias economico che influenza i riferimenti attraverso cui ci informiamo e le donne affrontano ostacoli in ogni campo.
Qual è stata la difficoltà principale e la sorpresa più grande?
Ovunque ci sono differenze culturali. In Africa il tempo è elastico e soggettivo, modellato più dagli eventi che dall’orologio. L’attesa non è considerata una perdita, ma una dimensione naturale della vita. Quello che ho imparato da molte donne marocchine è che la resistenza non deve essere rumorosa per essere radicale.