“La migliore gestione è non fare nessuna gestione“
(Akira Miyawaki)
La rivoluzione delle tiny forest e sponge cities
La rivoluzione urbana arriva dagli alberi e dall’acqua. Dalle tiny forest giapponesi alle sponge cities cinesi, nuove strategie stanno trasformando il volto delle città contemporanee. Non più semplici aree verdi decorative, ma sistemi ecologici in grado di assorbire gli impatti degli eventi estremi, favorendo la biodiversità e migliorando la qualità della vita urbana.
Per oltre un secolo abbiamo progettato città per tenere lontana la natura: il cemento ha ricoperto il suolo, l’acqua è stata incanalata lontano dagli spazi pubblici e la vegetazione relegata a elemento ornamentale. Le città si sono espanse rapidamente, modificando il proprio equilibrio: meno superfici permeabili con rischio di allagamenti e una drastica riduzione del verde hanno contribuito all’aumento delle temperature. In Giappone, una delle risposte arriva dalla foresta: le tiny forests, microforeste urbane ispirate al metodo del botanico giapponese Akira Miyawaki, trasformano piccoli spazi dimenticati in ecosistemi vivi attraverso la piantumazione ravvicinata di specie autoctone. L’obiettivo non è creare semplici aree verdi, ma ricostruire in scala ridotta la struttura complessa di una foresta naturale: alberi, arbusti e piante del sottobosco che crescono insieme, sostenendo la biodiversità.

Nato per il recupero delle foreste native degradate, il metodo è stato adattato agli ambienti urbani, trovando applicazione in scuole, parchi, aree industriali dismesse e margini stradali in tutto il mondo, dal Giappone all’India, dall’Europa al Canada. La sua forza sta proprio nelle dimensioni ridotte: anche un piccolo bosco urbano può offrire ombra, migliorare il microclima, favorire l’infiltrazione dell’acqua nel terreno e creare nuovi habitat per insetti e animali. Attraverso la scelta di specie autoctone e di una piantumazione ravvicinata (sino a 3/4 alberi al metro quadro) si crea una anturale competizione che seleziona le piante più resistenti creando una progenia per la futura foresta. I tempi di crescita sono di circa 20 anni, 10 volte in meno rispetto ad un normale impianto arboreo.
La foresta Miyawaki simula le alte densità che si raggiungono nei boschi nativi, creando una naturale e necessaria competizione tra le piante. Si arrivano a piantare sino a tre, quattro alberi al metro quadro. Questa forte competizione, seleziona le piante più resistenti, creando una prima forte “progenia” per la futura foresta.

In Cina la sfida passa dall’acqua. Avviato ufficialmente nel 2015, il programma delle sponge cities propone un nuovo approccio alla gestione dell’acqua urbana: invece di allontanarla rapidamente, punta a trattenerla, assorbirla e restituirla gradualmente all’ambiente attraverso superfici permeabili, tetti verdi, bacini di raccolta e spazi pubblici multifunzionali capaci di favorire l’infiltrazione e lo stoccaggio temporaneo delle precipitazioni.
A questa visione ha contribuito il lavoro dell’architetto paesaggista cinese Kongjian Yu, fondatore dello studio Turenscape. Lo Shanghai Houtan Park, realizzato su un’ex area industriale dismessa lungo il fiume Huangpu, possiede sistemi naturali di filtrazione e gestione delle acque che hanno trasformato un territorio degradato in uno spazio pubblico ecologico. Anche lo Yanweizhou Park di Jinhua City e il Meishe River Greenway and Fengxiang Park, a Haikou, sono stati progettati per adattarsi alle periodiche esondazioni del fiume attraverso zone umide, con percorsi sopraelevati e spazi pubblici flessibili, favorendo la rigenerazione del sistema fluviale urbano.
Questi interventi dimostrano come il paesaggio possa assumere un ruolo attivo nella lotta agli effetti del cambiamento climatico. Il risultato è un’idea di città che non cerca più soltanto di difendersi dall’acqua, ma che impara ad accoglierla e a convivere con i suoi cicli naturali.