Il corpo femminile come ‘manifesto sociale‘
Negli anni Settanta, mentre il femminismo ridefiniva l’immagine della donna nella società, l’artista inglese Helen Chadwick sviluppava un riot artistico e sociale. Life Pleasures, in mostra al Museo Novecento, celebra l’artista che sperimentava l’anatomia femminile in cesura con gli stereotipi, attraverso fotografia, performance, installazioni.
Chadwick non era sola in questa rivoluzione, per la quale persino l’icona della madonna svela l’alibi che riduce il ruolo femminile al suo sacrificio per qualcuno. Poco prima di lei, la francese Gina Pane, pioniera della body art europea, guidava un movimento silenzioso ma potente usando il proprio corpo come materiale artistico. In Azione sentimentale (1973), si infliggeva tagli con lamette davanti al pubblico, esplorando la relazione tra dolore auto-inflitto e purificazione spirituale. Se Pane privilegiava l’ascetismo del dolore, Chadwick abbracciava la carnalità e il corpo femminile, da oggetto del desiderio, diviene manifesto politico.
Stefania Rispoli, curatrice della retrospettiva insieme al direttore Sergio Risaliti e Laura Smith, spiega il binomio ‘vita-decomposizione’, filo rosso nel linguaggio dell’artista:
«Helen Chadwick è stata guidata da una grande curiosità e abilità tecnica. Le sue opere nascevano da una cura per i dettagli e per la sperimentazione materica, intesa come organismo vivo. Questa pulsione la guidava ad addentrarsi nella dicotomia degli opposti. Nelle sue opere sa essere eterea, come nella grande installazione The Oval Court, dove il suo corpo danza in comunione con animali, insetti e fiori in un mondo fluttuante dettagliato, ma anche terrena e quasi epicurea. Molte sue opere nascono con l’intento di coinvolgere più sensi. Si possono guardare ma anche mangiare, come Untitled (Eat Art), annusare, Cacao (1994), o osservare nel tempo, Carcass (1986), un grande parallelepipedo in plexiglass che contiene scarti alimentari. Qui l’opera diventa metafora della vita stessa: materia che, a contatto con altra materia, si trasforma, vive, si corrompe e decompone.»
Perbenismo vs trasgressione. Quale scintilla ha innescato l’artista tra le due realtà?
«Chadwick era molto interessata alla nozione di abietto: tutto ciò che, come scrive Julia Kristeva, viene espulso dalla ragione e dall’ordine sociale, viene occultato dal perbenismo culturale e morale. L’abietto è tale perché sfugge alle regole. È in queste zone di confine che l’artista scelse di muoversi, per questo le sue opere risultano seducenti e repulsive. Le celebri Piss Flowers ne sono un esempio, bellissime sculture in bronzo verniciato realizzate con l’urina. Queste opere scardinano la nozione tradizionale di bello. Chadwick ci invita a non aver paura di osare, perché siamo fatti di contraddizioni e in esse risiede la nostra verità più profonda.»

L’artista utilizzava materiali diversi: pellicce, fiori, materiali vivi. Cosa c’è dietro questa scelta?
«È stata una grande sperimentatrice e questo è evidente anche nell’uso del mezzo fotografico. Penso all’opera autobiografica Ego Geometria Sum (1983) in cui l’immagine del suo corpo viene impressa su alcuni solidi geometrici in compensato, ricoperti in precedenza da un’emulsione fotosensibile ai sali d’argento che chiamava silver magic. L’interesse per materiali insoliti, capelli, liquidi di ogni tipo, residui organici come le interiora, attraversa la sua carriera. Questo interesse si lega al tema del desiderio. Chadwick si è interrogata molto su come funziona, su cosa spinge a provare attrazione o repulsione per qualcosa, cercando di sovvertire le logiche più comuni e suscitare emozioni nuove.»

In che modo il suo femminismo nell’arte era differente dalla retorica?
«Il rapporto della Chadwick con il femminismo è stato conflittuale. Molte femministe dell’epoca la criticarono per l’esposizione esplicita del proprio corpo nelle opere. L’artista, al contrario, ha sempre rivendicato la necessità della propria presenza come soggetto e autrice dei suoi lavori. La sua ricerca non mira a esibire il corpo della donna come oggetto del desiderio, ma a costruire un vocabolario del desiderio stesso. La sua posizione appare più vicina ai femminismi del nuovo millennio, dal movimento #MeToo fino a quelli transnazionali e inclusivi che superano le rigide distinzioni di genere, per immaginare identità più fluide. Chadwick diventa così produttrice e prima consumatrice della propria immagine, rivendicando con orgoglio il proprio corpo e il suo controllo. In questa tensione tra identità, desiderio e rappresentazione, la sua ricerca sembra avvicinarsi a un’estetica queer, aperta, non normativa.»
Helen Chadwick. Life Pleasures, al Museo Novecento – 25.11.2025-01.03.2026