L’uomo è natura lussureggiante, una creatura del lusso, attratta da condizioni di sovrabbondanza e protezione, e tra i totem di questa idea di civiltà vi è senza dubbio il supermercato.
È un desiderio ancestrale e universale quello per l’accrescimento e la sopravvivenza, realizzatosi nel tempo attraverso le rivoluzioni industriali, la meccanizzazione, la distribuzione. Tuttavia, questo primitivo e ancestrale elemento è tutt’ora vivo, soprattutto in città, dove lacune esistenziali e valoriali si colmano con lunghe permanenze all’interno di centri commerciali, super e ipermercati.
Nel nostro territorio l’esempio più recente è Iper Tosano il nuovo ipermercato, aperto a Calenzano meno di un anno fa, ‘cattedrale’ della grande distribuzione, costruita su 7.500 metri quadrati (la superficie della Cattedrale di Santa Maria del Fiore a Firenze è di circa 8.500 metri quadrati), che alletta il pubblico con oltre 60.000 referenze, sistemate in corsie interminabili. La facciata è un tripudio di cemento e acciaio, a cui fanno da contrappunto i giardini esterni, quasi distopici in un contesto già altamente industrializzato. Ma il vero non-luogo inizia varcando la soglia, attraversando l’area ristoro, da dove giunge il suono incessante, quasi ipnotico, dei codici a barre scansionati nelle 35 casse dell’ipermercato. Lo spazio interno è vastissimo. Banchi gastronomia e freschissimi sconfinati (peraltro aperti, e la sostenibilità dove la mettiamo?), vini venduti in casse, probabilmente destinati agli operatori Ho.Re.Ca. Dicevamo una cattedrale, una piazza surrogata, sepolcro della bottega e altare di una sovrabbondanza quasi infinita, dove il consumo diventa socialità.

Una socialità sorvegliata, climatizzata, regolata. Uno spazio comodo, accessibile e protetto, in cui non si vendono solo prodotti, ma anche abitudini standardizzate, dentro ambienti progettati da marchi e logiche commerciali. Tuttavia, dietro la ratio che regola il proliferare di queste cattedrali dell’abbondanza, vi è più del solo profitto del grande gruppo. Mettere in scena l’accrescimento di merci, scorte, della disponibilità visibile non è forse un tratto che connota l’umano sin dalle origini, una voce che invoca abbondanza e sopravvivenza? Non è forse l’ultimo stadio di quella parabola iniziata dai Mandan delle Americhe, che ballavano fino allo sfinimento attorno al totem sciamanico, per chiamare a sé le mandrie di bufali?

In fondo, questi luoghi non sono altro che la versione contemporanea di un bisogno antico: quello di sentirsi al sicuro circondati da abbondanza. Non più riti propiziatori ma scaffali traboccanti e ore trascorse nell’illusione di spazi in cui controllo e ordine placano le nostre ansie. Così il supermercato diventa specchio dell’eccesso e del consumismo sfrenato, come rappresentato nel film Buy now. L’inganno del consumismo (2024).
Francesco Cianciaruso