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Michelangelo Bastiani: «La mia arte interpreta le frequenze di un’altra dimensione»

Michelangelo Bastiani: «La mia arte interpreta le frequenze di un’altra dimensione»

In some sense man is a microcosm of the universe;

therefore what man is, is a clue to the universe.

We are unfolded in the Universe.

(David Bohm)

Ha trascorso gli anni più importanti della sua formazione artistica a Firenze, prima frequentando l’Istituto d’Arte e poi perfezionandosi all’Accademia di Belle Arti dove ha avuto, tra i suoi maestri di pittura e fotografia, Gustavo Giulietti. Cosa ha imparato da lui e cosa ricorda di quegli anni in Accademia?

L’Istituto d’Arte è stato determinante per la mia formazione, devo dire grazie ai miei genitori Luciana e Carlo che mi hanno iscritto lì. Una scuola piena di storia e con un bagaglio tecnico artistico di altissimo valore. Eravamo più di mille e di studenti modello ce n’erano veramente pochi… Il maestro Giulietti è stato il mio professore per quattro anni all’Accademia di Belle Arti, grande maestro iperrealista e tra i fondatori della pop-art italiana, ricordo dopo la sua morte una grande retrospettiva a Palazzo Pitti che ne consacrò ulteriormente il valore. Mi regalò un quadro prima di morire, cui tengo molto. Non ho mai saputo con certezza il vero motivo di quel regalo, sicuramente c’era stima reciproca. L’Accademia era un ambiente molto chiuso, nessun collegamento con il mondo esterno, credo che poi negli anni sia un po’ migliorata.

Al periodo fiorentino sono seguiti gli anni trascorsi in America, in California e poi a New York. Che cosa hanno rappresentato per la sua crescita artistica?

Sicuramente gli Stati Uniti hanno influenzato le mie scelte artistiche e personali, negli anni Duemila New York e anche la California erano al centro del fermento artistico e culturale mondiale, più di adesso credo. In California ho esposto le mie prime opere in una galleria d’arte, a New York ho conosciuto grandi artisti internazionali e ho visto da vicino che essere professionisti nell’arte è possibile, senza dover fare un secondo lavoro. Solo a New York in quegli anni c’erano circa 100.000 artisti professionisti, quindi si può comprendere il fermento e la capacità di alcuni di emergere in un ambiente competitivo come quello newyorchese e americano in genere.

Nelle sue opere colpisce la dimensione estetica realizzata attraverso un uso impeccabile e allo stesso tempo seduttivo della multimedialità. Lo spettatore percepisce nella loro realizzazione l’utilizzo di strumenti non tradizionali (installazioni su grandi schermi, video proiezioni interattive, video e monitor led) ma non li considera estranei al processo artistico, non se ne allontana anzi ne è catturato, incantato, rapito. Quando ha capito che questo era il suo linguaggio espressivo e come ci è arrivato?

Ho sempre cercato di far dialogare l’aspetto digitale e tecnologico con la realtà, utilizzando per i miei ologrammi oggetti di uso comune come bottiglie o barattoli, oggi considerati quasi vintage, e  nel caso delle video installazioni interattive, mettendo in diretta relazione l’opera (uno schermo o una video proiezione) con gli  spettatori . La prospettiva olografica è un linguaggio abbastanza nuovo almeno nell’arte. L’interazione serve ad avvicinare il grande pubblico, anche i non addetti, alle mie opere, sono chiamati ad una partecipazione diretta, diventano parte di essa, anzi senza di loro l’opera non esiste, avvicina il pubblico e allo stesso tempo forse allontana il critico che pretende di spiegarci cosa e come guardare un’opera. Citando Christo (Christo Vladimirov Javacheff ndr.) «Io, Christo, faccio e distruggo opere milionarie. Ma non cercate simboli: godetevi il paesaggio».

In ogni sua opera convivono materia e immagine, fissità e movimento.  La sua arte è una scenografia sorprendente, illusoria che sfrutta la bidimensionalità dei video, è il risultato dell’incontro tra artificio, digitalizzazione, luce, colore.  Da dove inizia il processo creativo di Bastiani? Da un’idea, da un disegno o dall’esperienza dei processi digitali necessari alla sua realizzazione? 

La mia è una reinterpretazione visiva della teoria olografica di David Bohm i nostri cervelli costruiscono matematicamente la realtà “concreta”, interpretando frequenze da un’altra dimensione, una dimensione di realtà primaria strutturata e significativa che trascende lo spazio/tempo. Il cervello è un ologramma che interpreta un universo olografico e il nostro universo è, nel mio caso, una bottiglia o barattolo di vetro. Le leggi della Gestalt ci aiutano a spiegare la nostra percezione visiva perché vediamo gli oggetti all’interno della bottiglia quando in realtà sono all’esterno di essa.

Penso ad alcune sue opere interattive come Viaggio al centro della Terra, Nuvola d’appartamento o le ballerine che danzano nei loro palcoscenici di vetro. Come sono nate e quanto tempo ha impiegato per realizzarle?

Tanto solo state le mie ispirazioni: primo tra tutti Magritte, un omaggio spero gradito a lui e alla sua opera “La corde sensible” per le nuvole. Le ballerine non sono i miei   soggetti preferiti in realtà, però piacciono quindi fanno parte delle opere più viste e richieste alle fiere internazionali. Sono stato fortunato perché ho avuto occasione di conoscere dei grandi professionisti, spesso anche molto umili: ho iniziato a collaborare con una ballerina del San Carlo di Napoli – Sara Gison  che con la sua leggiadria rende le opere poetiche e meno banali possibile. Credo molto nella rappresentazione della figura umana e femminile come performance contemporanea dentro le bottiglie, meno allo stereotipo della ballerina classica in tutù.  Il tempo che ho impiegato per realizzare le opere come sono oggi? Per realizzarle tecnicamente ci ho impiegato diversi anni, ho sperimentato molto e continuo a farlo.

Lei predilige la rappresentazione di immagini in movimento, in particolare di elementi fluidi. Cascate, pozze, gorghi, nuvole, tempeste. Perché l’acqua e l’aria la affascinano così tanto?

Con questa domanda sarei tentato di parlare lungamente dei quattro elementi oppure che la maggior parte del nostro corpo è fatto d’acqua. Il continuo mutamento dell’acqua attira la mia attenzione come quello dell’aria, penso sia questa la ragione per cui mi affascina. Prima dell’avvento delle video installazioni di Bill Viola o Fabrizio Plessi era tecnicamente impossibile rappresentare l’acqua con le tecniche tradizionali in quanto è in costante divenire.

Nell’arte la video installazione suscita reazioni emotive nello spettatore, che si trova catapultato in una realtà ‘altra’, parallela, voluta e creata dall’artista. Sono fondamentali le condizioni ambientali in cui questo avviene affinché l’opera possa esprimere tutta la sua forza evocativa e interagire con il pubblico.  Nell’ultimo secolo che cosa è cambiato nella fruizione e funzione dell’Arte? Può sempre considerarsi un artista colui che al posto delle polveri dei pigmenti preferisce gli spettri cromatici digitali? 

Da questo punto di vista credo ci sia qualcosa in più rispetto al passato. Le grandi video installazioni che adesso sono molto richieste e suscitano interesse consentono un’esperienza immersiva e l’aspetto ludico potrebbe prendere il sopravvento ma in quel caso sta all’artista comunicare un messaggio al pubblico.

Secondo Lei come saranno i musei del futuro e quali opere ospiteranno? 

Mi chiedo spesso dove finiranno le opere contemporanee nel futuro, queste grandi installazioni che occupano stanze di Musei o Fondazioni, non credo in quei casi ci sia stata una riflessione da parte dei curatori o degli artisti su dove saranno tra duecento anni o anche meno… Magari saranno convertite in NFT e poi smaltite, è impensabile avere magazzini tanto grandi da contenerle, poveri posteri, già gli lasciamo un pianeta inquinato…

(Intervista di Sabrina Guzzoletti a Michelangelo Bastiani)

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