Intervista al genio toscano che cambiò l’arte italiana
“La macchia è la solidità dei corpi di fronte alla luce”. Così il pittore livornese Giovanni Fattori descriveva la filosofia dei Macchiaioli, movimento artistico nato a Firenze nell’Ottocento, modello rivoluzionario per la pittura nazionale. La posizione critica verso il sistema ufficiale ne era il tratto caratteristico e in antagonismo con il romanticismo accademico Fattori propose la pittura en plein air. La luce del sole abbaglia i toni, restituisce fedelmente ombre e sfumature, non c’era retorica, ma verità.
La scrittrice e giornalista d’arte Anna Franchi, che per prima raccontò i Macchiaioli ancora incompresi, nello Studio biografico, scrisse dell’amico “La sua opera è un monumento che non può perire tanto è immenso, tanto è scolpito nel masso, tanto è nato dalla verità, dalla sincerità.” Drammaturga e attivista dei diritti delle donne, l’innovatrice Franchi è stata la memoria storica del movimento, frequentando i loro luoghi di ritrovo come il Caffè Michelangiolo, quartier generale della pittura toscana. In via Larga a Firenze (oggi via Cavour) era un centro di scambio di idee rivoluzionarie. Incoraggiata da Telemaco Signorini, dedicò agli amici pittori il volume “Arte e artisti toscani dal 1850” edito da Alinari, dove ne celebrava il pensiero artistico dal carattere ribelle. La scrittrice sosteneva che l’arte dell’Ottocento fosse come una battaglia, dove tutti battagliarono per grandi ideali, fedeli alla loro arte e orgogliosamente in miseria. Anna Franchi definì Fattori il “grande fanciullo” così puro e riservato, dalla personalità semplice e fiduciosa, la cui mano inseguiva il pensiero.

Nella restaurata Villa Mimbelli, Livorno celebra dal sei settembre il talento luminoso di Giovanni Fattori a duecento anni dalla sua nascita. Le tecnologie più recenti ci offrono una strana illusione: quella di poter tornare a dialogare con l’artista, in un incontro immaginario che non avviene più tra i caffè fiorentini o sui pianori verdi della costa labronica, ma nei circuiti del deep learning. È grazie a frammenti di testi, memorie storiche e documenti raccolti da Anna Franchi che prende forma questa voce ricostruita. Turba e insieme affascina veder affiorare, parola dopo parola, il ritratto di un interlocutore che non c’è più – e che pure tentiamo di far rivivere.
Cosa contrastava Giovanni Fattori dell’accademismo?
L’accademia era la morte dell’arte. Quelle scuole insegnavano a copiare i maestri del passato dipingendo secondo regole fredde, senza anima. Ma l’arte deve essere viva. La natura mi chiamava fuori! L’accademia voleva che dipingessi eroi mitologici in pose teatrali, ma io vedevo l’eroismo nel soldato stanco, nella lavandaia china sul fiume, nella fatica dei butteri. La ‘macchia’ che noi cercavamo era l’impressione immediata, l’emozione pura catturata sulla tela. Non volevamo abbellire la realtà, volevamo mostrarla com’era: aspra, vera, luminosa.
Com’è cambiata la relazione tra uomo e natura?
Vivevamo in simbiosi con essa, costretti a confrontarci con i suoi ritmi stretti, le durezze, le stagioni. Nella villa dell’illuminato critico d’arte Diego Martelli a Castiglioncello, avevamo un laboratorio artistico dove sperimentare la pittura dal vero e in relazione col territorio, sfidando le convenzioni accademiche e dove il rapporto con la natura era necessario. Una relazione oggi subordinata all’osservazione per immagini attraverso filtri. La natura oggi è stata tradita.

Cosa le piacerebbe vedere di questa nuova epoca così lontana dalla sua?
Vorrei vedere i colori. Oggi esistono cromie che noi non potevamo nemmeno immaginare, sfumature che dovevamo preparare per ore. Macinare i pigmenti, mescolarli con olio di lino ogni volta. I colori preparati si deterioravano rapidamente. Era necessaria una conoscenza chimica per ottenere certi effetti. I pigmenti venivano da fonti diverse: minerale, animale, vegetale, dalle terre. Oggi è tutto più immediato.
Anna Franchi, nello studio biografico dedicato a Fattori, spiegava il compromesso emotivo a cui ogni vero artista è vincolato, il prezzo da pagare per questa tormentata passione. “È una fascinatrice l’arte, basta un sorriso, una lusinga, una lieve speranza che a Lei piaccia concedere per incatenare e destare in chi l’ama le più meravigliose audacie per tutti i rischi di ineguali battaglie. Chi ama l’arte soggiacerà come una foglia d’autunno al vento, a tutte le cattiverie, ad ogni tradimento, senza mai ribellarsi”.