Jellyfish Barge: coltivare ‘sull’acqua’
I Floating gardens – o ‘orti galleggianti’ – non sono invenzioni recenti. Nonostante nell’ultimo decennio siano state realizzate soluzioni ‘fluttuanti’ in molte aree urbane densamente popolate come Rotterdam, New York e Parigi, le loro origini e la loro storia ci conducono in Asia – in Bangladesh, Myanmar e India – dove sono ancora utilizzate per arginare gli effetti delle inondazioni, durante il periodo dei monsoni – e negli orti galleggianti in Messico – le chinampas – dove da migliaia di anni si coltivano terre emerse, circondate da un sistema di canali navigabili. Negli ultimi anni questi modelli sono stati reinterpretati con approcci tecnologici molto diversi. La fattoria galleggiante di Rotterdam (Floating farm), ad esempio, utilizza scarti urbani (erba dei campi sportivi o il grano di scarto delle birrerie locali) per alimentare le mucche, che producono il loro latte cullate da questa fattoria futuristica e sostenibile. A Singapore si utilizzano sensori e intelligenza artificiale per monitorare e ottimizzare i ‘kelong’, allevamenti ittici locali su piattaforme, così come negli Stati Uniti il progetto ‘Grown on us’ si avvale di fito-depurazione per ripulire le acque inquinate del Gowanus Canal a Brooklyn.


In questo scenario internazionale anche in Italia segnaliamo un progetto innovativo. Si tratta di Jellyfish Barge, una serra modulare e autosufficiente per la coltivazione di ortaggi sull’acqua, nata dalla sinergia tra architetti e agronomi nel Laboratorio Internazionale di Neurobiologia Vegetale del Polo scientifico di Sesto Fiorentino a Firenze, diretto dal prof. Stefano Mancuso.
Basandosi sulla coltivazione idroponica, Jellyfish Barge è in grado di produrre ortaggi senza consumo di suolo, né utilizzo di acqua potabile. Consente un risparmio idrico fino al 70% rispetto all’agricoltura tradizionale e raccoglie fino a 150 litri di acqua fresca al giorno da acqua di mare, salmastra o inquinata, trasformandola in acqua dolce. Grazie ad un piccolo impianto fotovoltaico produce energia per far evaporare l’acqua attraverso il fenomeno della distillazione solare.
Il sistema utilizza esclusivamente risorse rinnovabili e tecnologie a bassa complessità. Il design modulare permette di adattare il sistema a contesti diversi, aprendo nuove possibilità per l’integrazione della produzione alimentare negli ambienti urbani, il riutilizzo di superfici acquatiche inutilizzate e il rafforzamento della resilienza alimentare locale.
Tuttavia, costi elevati, competenze tecniche richieste e vincoli normativi e ambientali ne limitano fortemente la diffusione, orientando lo sviluppo di simili progetti soprattutto verso installazioni sperimentali e dimostrative. Veri e propri prototipi narrativi, capaci di stimolare il dibattito pubblico e interdisciplinare sui temi dell’autosufficienza, della resilienza urbana e dell’uso produttivo degli spazi marginali, si presentano ancora come strumenti di ricerca, divulgazione e sensibilizzazione, più che come infrastrutture produttive su larga scala.



JFB può essere interpretato come un’architettura-manifesto: un dispositivo che non si limita a produrre cibo e acqua, ma che comunica un possibile scenario futuro. La sua collocazione sull’acqua – elemento instabile, spesso percepito come improduttivo in ambito urbano – rafforza ulteriormente questa dimensione simbolica, suggerendo una nuova alleanza tra progetto, natura e infrastruttura.