Intervista a una delle voci più note della linguistica italiana.
«Il linguaggio è l'abito del pensiero» (Samuel Johnson)
«Language is the core property that basically defines Human Beings» (Noam Chomsky)

Vera Gheno, sociolinguista, autrice e traduttrice dall’ungherese, è oggi al centro di un ampio dibattito attorno al tema dell’inclusività della lingua. Ha collaborato per quasi vent’anni con l’Accademia della Crusca, curandone il profilo twitter. Da molti anni tiene il Laboratorio di italiano scritto per Scienze Umanistiche per la Comunicazione. Per un approfondimento sul tema consigliamo il suo libro Guida pratica all’italiano scritto (senza diventare grammarnazi), Cesati, 2016.
Ogni parlante ricopre un ruolo importante per la lingua ma questo non lo rende un linguista. Che cosa studia la sociolinguistica e da dove nasce la sua passione per le parole?
La sociolinguistica studia il ‘modo’ in cui le persone comunicano, rispetto alla linguistica ha un focus più incentrato sulle persone piuttosto che sul linguaggio. Il modo in cui le persone comunicano racconta moltissimo di come sono, di quello che pensano, desiderano e della comunità a cui appartengono. Il mio avvicinamento alla materia ha molto a che vedere con l’entusiasmo contagioso della professoressa Patrizia Bellucci. Credo che l’amore o il disamore per una disciplina, soprattutto nel contesto universitario che ci trova spesso un po’ spersi, dipenda molto dall’interscambio umano tra studenti e docenti.
Il linguaggio è uno strumento del pensiero, riprendiamo a questo proposito le parole del filosofo e teorico del linguaggio John Searle per cui «parlare con chiarezza significa anche pensare con chiarezza». Lei è d’accordo?
Sì, se da una parte è vero che abbiamo anche pensieri non linguistici come quelli iconici, dall’altra è anche vero che buona parte del nostro pensiero è di tipo linguistico, quindi avere tante parole a disposizione per descrivere noi stessi e le nostre relazioni nel mondo ci dà la possibilità di mettere meglio a fuoco i pensieri e di conseguenza di pensare meglio. Come sottolinea Searle, c’è una sorta di circolarità tra pensiero e linguaggio, il flusso d’influenza non è solo dal pensiero verso la lingua quindi ‘chi pensa bene parla bene’ ma anche viceversa per cui ‘chi parla bene pensa bene’.


Il linguaggio ci rende umani, evidentemente non possiamo fare a meno delle parole e questo appare sempre più evidente nella società di oggi, definita non a caso società della comunicazione. Come s’inserisce in questo contesto quello che Naomi S. Baron chiama ‘whateverismo linguistico’ (traducibile come sciatteria linguistica)? È davvero tutta colpa dei social?
Nonostante i social abbiano aperto dei contesti comunicativi più amichevoli, chi dice che è colpa dei social sta semplicemente cercando un capro espiatorio. I social non sono altro che la conseguenza di un qualcosa ma certamente non ne sono la causa. Il problema si pone invece quando tramite la lingua viene misurata la nostra competenza, la nostra precisione, il nostro grado d’istruzione ed è lì che il ‘whateverismo’ ha un ritorno di fiamma di cui molte persone non hanno consapevolezza. Se vogliamo andare alla radice delle cose, le persone hanno poca consapevolezza dei contesti perché a scuola dei contesti si ragiona poco, si trattano una serie di testi archetipici come il tema e l’articolo di giornale ma ci si concentra meno su una miriade di testi in senso lato, cioè di contesti in cui più da grandi ci si trova a comunicare ma ai quali non si è abituati.
In una società abituata a polarizzarsi su tutto, si può scegliere di non dire nulla? ’Sapere di non sapere’ è un concetto antico quanto difficile. L’illusione della conoscenza è tipica della nostra era, lo vediamo ogni giorno sui social dove tutti parlano di tutto. Ci racconti della sua esperienza come social media manager dell’account twitter dell’Accademia della Crusca.
L’esperienza di gestire l’account twitter della Crusca è particolare perché si tratta di gestire l’account di un ente, dove non c’è comunicazione tra pari, da una parte c’è l’ente e dall’altra le persone. Il primo aspetto da considerare è quello di trovare il tono di voce adatto con cui comunicare, l’altro aspetto riguarda la personificazione dell’ente per gestire in modo umano qualcosa che in realtà umano non è. Nella comunicazione peer to peer si nota di più la tendenza a dire la propria e scrivere solo per fare atto di presenza, è chiaro che in questi casi il silenzio sarebbe encomiabile, se tutti imparassero a stare in silenzio quando non sono competenti, ma anche quando i concetti sono già stati espressi da altri, ci sarebbe naturalmente meno rumore di fondo. Da notare per esempio come tutte le persone abbiano sentito il bisogno di commentare quello che è successo agli Oscar, al ventesimo commento, anche intelligente, anche competente, viene quasi la nausea, a volte non c’è bisogno di fare la polemica del giorno.

Esitono ‘parole brutte’? Avrebbe senso rimuoverle dal dizionario?
No, non esistono parole brutte a priori, ogni parola vive all’interno di un contesto, in base alle intenzioni comunicative con cui viene usata e in base agli interlocutori con cui viene usata. Non ha quindi nessun senso fare liste di proscrizione delle parole. Il vocabolario serve proprio per capire come usarle meglio, ci indica per esempio se una parola è volgare o offensiva di modo che aumenti anche la consapevolezza del suo impiego.
Nel suo libro ‘Potere alle parole’ racconta anche di come le lingue che parliamo influenzano il modo in cui vediamo il mondo, e viceversa. Si tratta dell’ipotesi Sapir-Whorf, una teoria sempre affascinante (citata anche nel bel film di fantascienza ‘Arrival’ diretto da Denis Villeneuve) che mi porta a farle una domanda riguardo al suo lavoro di traduttrice. Se partiamo dall’idea che a lingue diverse corrispondano visioni del mondo diverse, come si fa a restituire i significati passando da una lingua all’altra? Nel suo lavoro di traduttrice ha la sensazione che si perda qualcosa?
Non credo che si perda qualcosa, il fatto che non esista una parola precisa in un’altra lingua non vuol dire che un concetto non possa essere spiegato. Una lingua come l’italiano che tende ad essere più analitica che sintetica richiede delle circonlocuzioni, servono più parole ma permette lo stesso di spiegare i concetti. Questo mito dell’intraducibilità trova quindi poca corrispondenza nei fatti, ne parla bene Andrea Moro, il quale sostiene che non va sopravvalutato il tema dell’intraducibilità delle lingue perché alla fine gli esseri umani pensano più o meno allo stesso modo, poi magari mettono a fuoco cose diverse perché il contesto in cui vivono richiede che vengano messe a fuoco cose diverse. Per esempio il termine giapponese Tsundoku indica la frenesia nell’accumulo per cui si comprano libri senza però poi trovare il tempo di leggerli, lasciandoli così impilati in un’ altissima colonna. La lingua giapponese ha un termine specifico per indicare questa situazione, in italiano invece serve una perifrasi ma il concetto non esce dalla comprensione umana.
Tra i temi che le stanno più a cuore c’è il rapporto tra linguaggio e inclusività, il dibattito sullo schwa è aperto e attualissimo. Tra le critiche c’è chi sostiene che si tratti di un’invenzione a tavolino la cui diffusione andrebbe a impattare sulla morfologia della lingua andando a costituire un vero e proprio cataclisma linguistico. Come mai secondo lei si è avvertito questo bisogno, l’italiano così com’è adesso, è maschilista?
Le lingue come sistemi linguistici non sono sessiste, quello che invece può essere maschilista è l’uso che si fa di una lingua. In linea di massima le lingue di alta cultura cioè quelle maggiormente sviluppate come le lingue nazionali, contengono al loro interno tutti gli strumenti per venire utilizzate anche in maniera non sessista o non discriminatoria. Attenzione quindi a non parlare di lingue sessiste quanto piuttosto di usi sessisti.

E le altre lingue come hanno risolto la questione della inclusività?
L’inglese con il singular they (e le sue varianti) già utilizzato in passato, fin dal XIV secolo, per riferirsi a persona di cui non si menzionava il genere. Se ne trovano testimonianze anche in alcune lettere di Emily Dickinson;
Lo spagnolo, inizialmente ha adottato la @ e poi la x per assestarsi sulle desinenze -e, (singolare) -es (plurale);
In Svezia, sempre in anticipo sui tempi, il linguista Rolf Dunås nel 1966 aveva già proposto il pronome hen, adottato definitivamente nel 2014 dallo Svenska Akademiens ordlista https://svenska.se/saol/.
È assolutamente vero che una cosa come lo schwa, ma anche la ‘u’ o l’asterisco, impatta sulla morfologia della lingua e i cambiamenti morfologici sono molto più lenti e implausibili rispetto a quelli lessicali, perché il lessico è la parte della lingua che si muove più velocemente. Nonostante ciò, i cambiamenti morfologici esistono, per esempio ce n’è stato uno quando nel passaggio dal latino al volgare è stato eliminato il neutro. Detto questo, il fatto che sia un cambiamento morfologico di per sé non rende lo schwa irricevibile, è vero che ci sono persone che lo ritengono innecessario e non vedono il problema ma basta dare un occhio anche alle altre lingue per capire che c’è un fermento comune, la sensazione che il maschile e il femminile non bastano più per descrivere la complessità dell’identità di genere umana. Una diversità che a lungo non ha avuto un nome cioè quella delle persone che non si sentivano rappresentate né dal maschile né dal femminile finalmente ha iniziato a emergere e venire nominata come non binarismo di genere. Il fatto che tante presone non vedano il problema, innegabilmente avvertito da una minoranza, non mi stupisce, certo è singolare che le stesse persone che insegnano che la lingua la fanno i parlanti adesso neghino questo assunto, inventandosi questa sciocchezza dell’ ‘inventato al tavolino’. A volte anche le parole nascono a tavolino. C’è qualcosa che non nasce assolutamente a tavolino, che non si struttura nel corso del tempo in maniera tecnica? Non credo che lo schwa diventerà norma e lo troveremo nelle grammatiche ma questo non vuol dire che non sia un importante segnale di un’esigenza.
È bene ricordarsi che sebbene le lingue non siano di per sé maschiliste, gli usi linguistici riproducono chi è stato a lungo al potere delle nostre società e cioè il maschio. Come dice Giorgio Cardona che è stato un grande sociolinguistica del passato, il fatto che usiamo il maschile come universale non è principio divino ma discende dal fatto che chi ha detenuto il potere nella nostra società praticamente da sempre è il maschio, e dunque c’è un intreccio che sarebbe impossibile che non ci fosse tra lingua e potere.
(Intervista di Bianca Secci)