Integrazione senza assimilazione
A Firenze vive una comunità, quella iraniana, numericamente contenuta, poco più di cinquecento cittadini iraniani, ma radicata da decenni. La loro presenza attraversa università, professioni, commercio, ristorazione e impresa e racconta una forma di integrazione senza rinuncia alla propria identità, in una forma di compita appartenenza plurale. Essere parte senza diventare uguali, senza dissolversi nell’assimilazione, senza cancellazione della differenza.
Una comunità, del resto, non è la somma dei suoi simboli. Il folklore mostra una cultura. L’appartenenza la fa vivere. La persianità non sopravvive soltanto nei riti e nelle tradizioni, nel Nowruz celebrato a Palazzo Vecchio, nella poesia, nella cucina e nella memoria familiare, ma nella capacità di continuare a dare forma alla vita di chi la porta con sé.
Sarebbe però sbagliato immaginare gli iraniani di Firenze come un gruppo omogeneo. Le posizioni sul regime, sull’opposizione e sul ruolo delle potenze straniere sono differenti. Esiste tuttavia una componente importante composta da esuli e oppositori che negli ultimi anni ha portato nelle piazze fiorentine richieste di libertà provenienti dall’Iran. È qui che si apre una seconda questione, quella delle geometrie della solidarietà. La società civile non è stata indifferente alla repressione, esprimendo più volte sostegno ai dissidenti. Eppure, una parte della diaspora avverte una distanza tra questa attenzione e la capacità di mobilitazione prodotta intorno ad altre recenti tragedie internazionali.
Il punto non è stabilire gerarchie della sofferenza. Perché, tuttavia, alcuni drammi possiedono una maggiore traducibilità politica di altre? Perché alcune vittime entrano immediatamente nello spazio pubblico? La sofferenza, del resto, non è neutra. Passa attraverso categorie politiche, simboli e cornici ideologiche, creando una geografia morale nella quale alcune cause trovano subito una piazza e altre faticano a uscire dalla diaspora.

Forse è proprio qui che la comunità persiana di Firenze costringe la città a guardarsi allo specchio. Una solidarietà che riconosce prima la bandiera e poi la vittima rischia di trasformarsi in propaganda politica travestita da universalismo. La questione iraniana non interroga soltanto la nostra conoscenza dell’Iran, ma la coerenza della nostra coscienza pubblica. Siamo capaci di riconoscere un’ingiustizia anche quando non conferma la nostra geografia ideologica?
Forse una società è davvero plurale solo quando concede all’altro non soltanto il diritto di abitare le sue strade, ma anche quello di incrinare le sue certezze. Perché integrare una comunità senza ascoltarne il dolore significa accoglierne la presenza, ma non ancora riconoscerne pienamente la voce.
Articolo di Francesco Cianciaruso. Foto di Benham Foroozesh.