Il rugby che non lascia indietro nessuno
“Non è facile essere ciò che si è”
(Edward mani di forbice)
Ubi minor, maior cessat: dove qualcuno è più debole, chi è più forte rallenta al ritmo di chi ha bisogno. Rovesciando il proverbio latino, raccontiamo la squadra di rugby delle Sieci, un progetto che da iniziativa educativa è diventato comunità e spazio di dignità.
A raccontarne la storia è “Anche quando piove”, il docufilm realizzato da Gabriele Piazzesi, che per un anno ha seguito il Collettivo Brancaleone, tra riprese e osservazione. “Del rugby non sapevo nulla, avevo solo visto una squadra con ragazzi disabili che sprigionava un’energia di felicità e socialità bellissima”, racconta il regista. “È una metafora sull’affrontare le difficoltà, ma nella quotidianità della squadra era anche un problema reale, superato grazie al Collettivo.” Tra allenamenti sotto la pioggia, trasferte e serate insieme, il film alterna interviste a educatrici, allenatori e atleti a uno sguardo intimo sulla vita di comunità dei Brancaleoni.
Tutto è cominciato nel 2014, quando una madre del territorio chiese di iscrivere il figlio con disabilità all’attività di rugby. Nessuno sapeva come includerlo, ma la volontà di non lasciare fuori nessuno spinse a interrogarsi su come rendere lo sport accessibile per tutti.

La scelta fu di non creare percorsi separati, ma di far allenare i ragazzi sempre insieme agli altri, con l’aiuto di tutor, coinvolgendo bambini e famiglie fuori dal campo e sfruttando la socialità del rugby per costruire un contesto condiviso. È probabilmente questo l’elemento vincente: non sono i due allenamenti settimanali a spezzare la “segregazione” a cui le persone con disabilità sono spesso abituate, ma la costruzione di una “normalità” vissuta ogni giorno.
Dopo l’inserimento dei primi ragazzi nel settore giovanile, la comunità è cresciuta fino a dare vita, nel 2018, a una squadra senior: il Collettivo Brancaleone, nome preso dal film di Monicelli, perfetto per una squadra un po’ “arrangiata” ma piena di energia.
La dimensione comunitaria del terzo tempo ha contribuito, ma non è l’unico valore formativo dello sport. Il rugby porta aggressività e la ruvidezza di un gioco fisico, attraverso cui si sperimenta il contatto con la terra, con gli altri e col dolore, utile a comprendere il rapporto col proprio corpo. Nel rugby integrato la fisicità avviene però in modo controllato: conoscendosi a vicenda, i giocatori imparano quale intensità usare. Non è solo prendersi cura l’uno dell’altro, ma collaborare per la buona riuscita del gioco.
Una partita di rugby integrato può apparire diversa nelle regole, ma non nei principi: il sostegno reciproco, lo spirito di squadra, l’andare avanti insieme, anche nel fango, anche quando piove…
Articolo e foto di Mattia Barlucchi