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Fotoautomatica: resistenza analogica

Fotoautomatica:
resistenza analogica

Quando il tempo si ferma in una cabina

Resistere analogicamente al nuovo linguaggio di autorappresentazione, in contrasto coi numerosi frame da smart phone, è on the road. Fotoautomatica è un atto creativo di disobbedienza ai paradigmi moderni. Un viaggio nel tempo e nel potere del ritratto in uno spazio di racconto intimo e autentico, che impone un limite alla scelta e restituisce il ricordo dell’attesa. Invitando a una narrazione in 4 pose b/w, si chiude il sipario, si regola lo sgabello e ci si trova di fronte a uno specchio reale e metaforico, lontano dall’infedeltà virtuale. La fotocabina è strumento sociale prima che artistico composto da pulsanti, ingranaggi e gettoniere e Matteo Sani è la mente visionaria di questo progetto.

Matteo, come nasce il progetto di recupero di un’icona vintage?

Durante la mia prima vita da scenografo, andavo dove andava il film. Nei miei pellegrinaggi in Europa rividi casualmente queste “macchinette del tempo”. A quasi 40 anni decisi di smettere con il cinema, e mi presi un anno sabbatico. Fu allora che iniziai a raccogliere ovunque nel mondo vecchie e moribonde fotocabine, dimenticate in garage, magazzini, stalle…pollai! Le portai in Italia e provai a restituire loro una seconda vita. Da lì è nata la Fotoautomatica. Il mio lavoro è stato filologico, quasi museale.

Qual è stato il primo modello della cabina automatica e da dove proveniva? 

Anatol Josepho, un russo emigrato in America nel 1925, brevettò la prima cabina fotografica automatica. Numerose poi le aziende produttrici che sono nate e morte, fino all’arrivo negli anni ‘60 di AutoPhoto e Photo-me.Non esiste un catalogo, si conoscono soltanto i modelli nominati con un numero progressivo: M9, M11, M17, M19. 

Cosa le distingue da quelle che ancora si trovano in città? 

Si distinguono perché fanno foto vere. Sono delle minuscole camere oscure completamente automatizzate. Tutto analogico e nessuna presenza di elettronica al loro interno, pensate per durare nel tempo. La manutenzione è quotidiana. Hanno bisogno di molta cura, competenza, amore e pazienza…in fondo la più giovane ha almeno 50 anni!

La parte più divertente di questo lavoro è anche trovare le foto non “sfornate” dalla macchina. 

Capita che la macchina si guasti. Se la foto viene reclamata e se presente al suo interno, la restituiamo e rimborsiamo. Ma spesso ci troviamo di fronte a persone “senza identità”, volti di tutti i tipi per i quali sarebbe bello poter fare una esposizione, ma la privacy non ce lo permette.

Inutile dire che, una volta chiusa la tendina…succede di tutto!

A Pelago si trova il laboratorio officina. Cosa accade in quella fucina?

Pelago è l’Ospedale per le Fotocabine, dove sono conservate gelosamente tutte le macchine, in vari modelli e diversi stati di conservazione. Abbiamo tutto quello che serve per smontare un apparecchio. Quando se ne restaura uno capita che al suo interno vengano trovate le fototecniche dei passati manutentori, raccolti in un apposito album.

La fotocabina viene svuotata e ogni pezzo recuperato, ripulito, riparato o ricostruito, senza violare l’autenticità del processo elettromeccanico di fotosviluppo. È qui che avviene il miracolo e tornano a nuova vita

Dove ti piacerebbe venisse collocata una Fotoautomatica? 

Se la Fondazione Alinari avesse il piacere e onore di ospitare una delle nostre macchine all’interno della sua esposizione, credo che questo possa rappresentare per me l’alveo migliore per restituire dignità a questi apparecchi. Sarebbe bello poterne fare un museo, collocarle in uno spazio ove si possa apprezzare non solo l’oggetto, ma rivivere l’esperienza di una fotostriscia fatta con una fotocabina degli anni ’30.

Intervista e foto di Gaia Carnesi

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