Gli affreschi del dominio mediceo
con vista su Firenze
Progettata dal Vasari come affaccio prezioso su Firenze, la Terrazza degli Uffizi custodisce un tesoro: affreschi in cui si celebra il potere e i domini dei Medici sulla Toscana. Le imponenti carte geografiche che ne sono decoro furono commissionate al cartografo Stefano Bonsignori, per celebrare la potenza militare politica ed economica dei Medici con Ferdinando I. Furono realizzate su parete da Ludovico Buti e contano oltre 1200 toponimi scritti e raffigurazioni di paesaggi di borghi e città mai rappresentati prima.
Sottoposte ad un’attenta opera di restauro nel 2022, grazie all’intervento di professionisti restauratori dalle Gallerie degli Uffizi, con l’Opificio delle Pietre Dure e ad Andrea Vigna, restauratore di beni culturali specializzato in pitture murarie, hanno contribuito con il team di Habilis al recupero delle due scene Il dominio vecchio fiorentino e Lo stato di Siena.
Professore, quali sono le difficoltà in interventi di questo tipo su parete?
In primis quella di operare su superfici molto estese che hanno subito molteplici interventi di restauro e invasive ridipinture, spesso modificandone radicalmente l’originale cromia. In questi casi la restituzione di unità tra le superfici meglio conservate e quelle maggiormente abrase è piuttosto impegnativa.
Avete adottato tecniche di restauro nuove o sperimentali?
Più che altro abbiamo impiegato materiali e metodologie che solitamente si usano per i dipinti su supporto mobile. Trattandosi di olio su muro, i problemi conservativi erano in parte assimilabili a quelli delle tele e tavole.
Quali sono le differenze nel recupero di un’opera muraria rispetto ad un dipinto?
Nel caso della pittura murale il supporto è costituito da un muro che può essere in mattoni, in pietra o misto; nel caso dei dipinti su tela e tavola, i supporti sono in fibra cellulosica e in legno. Il restauro di un dipinto cosiddetto ‘da cavalletto’ richiede una predisposizione al lavoro di laboratorio, la conoscenza della reologia dei supporti tessili e del legno, mentre chi opera sui dipinti murali è abituato a operare in chiese, palazzi, luoghi che possano contenere un’opera sulla quale intervenire con le metodiche più diverse: dalla stesura di una malta, alla pulitura di pigmenti delicati con strumentazione laser.

Com’è cambiato l’approccio al restauro conservativo negli ultimi cinquant’anni?
Negli anni Settanta il restauro delle opere d’arte era già una disciplina autonoma che si fondava su importanti basi teoriche e scientifiche (il primo istituto pubblico che si occupa di conservazione e restauro è l’Istituto Centrale del Restauro nel 1939). Già cinquant’anni fa esistevano dunque eccellenze, ma anche realtà legate alla tradizione artigianale dei laboratori e delle botteghe che producevano restauri non sempre in linea con i principi di rispetto del testo, reversibilità e riconoscibilità.
Nel corso degli anni il livello di ricerca è notevolmente aumentato e l’approccio scientifico si è rivelato quello più corretto. Si sono affacciati al restauro nuovi centri di ricerca e istituti che hanno inserito dipartimenti dedicati allo studio dei materiali e delle forme di degrado dei beni culturali. Anche le scuole che oggi formano restauratori di alto livello sono molte e diffuse sul tutto il territorio nazionale.