Dietro le quinte: come nasce una mostra
Brillanti come specchi le tavole del Beato Angelico tornano a Firenze a settant’anni dall’ultima mostra al Museo San Marco. Le 140 opere del divino artista fanno il loro ingresso nelle sale di Palazzo Strozzi, al posto dei corpi nudi e violati di Tracey Emin. È grazie al Vasari che scopriamo come lavorasse l’artista, il quale non ritoccava le sue opere, lasciandole così come erano venute, credendo che quella fosse la volontà di Dio.

Marco Mozzo, Direttore del Museo San Marco, ci spiega la peculiarità di questa monografica rispetto a quella del 1955. «L’eccezionalità di questa mostra è data dalla ricostruzione di intere pale d’altare, smembrate tra il Sette e Ottocento e mai più ricomposte. Grazie ad uno studio filologico, supportato anche da indagini radiografiche, è stato possibile verificare l’ordine di alcune sue parti tagliate e disperse. Possiamo affermare che la mostra chiuda un cerchio artistico di completamento atteso da decenni».
Dal ventisei settembre sarà possibile ammirare le opere dell’Angelico lungo un doppio cammino, che da Palazzo Strozzi si spinge fino al Museo di San Marco, dove la mostra si arricchisce con le miniature su manoscritti di canti liturgici. Esposte per l’occasione nella Biblioteca del Convento, rappresentano le prime prove dipinte con le quali il frate pittore su esempio del fratello ‘esordì’ nel mondo dell’arte, ispirate dalla volontà di Dio.
Sotto la guida dell’Opificio delle Pietre Dure, abbiamo avuto l’occasione di fotografare e seguire da vicino le operazioni di monitoraggio e controllo delle opere, assistendo alle fasi di allestimento della mostra. La cura, i gesti e movimenti delicati di chi le maneggia ricordano quelli che si dedicano ad una creatura appena nata; dai volti attenti e impazienti di restauratori, curatori, storici dell’arte e direttori affiora un’agitazione diffusa che anima a lungo le sale.

Una mostra non inizia il giorno della sua inaugurazione ma molto tempo prima. «Succede sempre in previsione delle esposizioni che le opere d’arte vengano restaurate appositamente per essere esposte. A volte sono necessari solo piccoli ritocchi, in altri casi vanno disinfestate dai tarli» – spiega Ludovica Sebregondi, curatrice e storica dell’arte – «Per le mostre di arte antica è prevista una lunga preparazione con l’intervento di molti esperti e altrettante professionalità. In questo caso abbiamo dedicato quattro anni di lavoro e ricerca.»
Maneggiare le opere d’arte significa innanzi tutto proteggerle da danni e garantirne l’integrità. A cominciare dal trasporto che avviene in casse climatizzate, protette da materiali che controllano urti e umidità, il principale nemico di tele, legno e carta. Ogni spostamento è accompagnato dal Condition Report, documento che registra lo stato conservativo dell’opera e si sviluppa in quattro fasi: partenza, arrivo, fine mostra e rientro. Viene poi in aiuto la chimica: Artsorb (fogli di silice) e l’Ethafon (polietilene espanso) garantiscono microclimi stabili, il Tyvek assorbe gli urti e riduce il rischio di contatto e abrasione dell’opera, mentre le assi di legno, comunemente chiamate ‘ghigliottine’, bloccano le opere in sicurezza.
La professoressa Ludovica Sebregondi ci svela inoltre cosa sia cambiato negli ultimi settant’anni e cosa renda unica l’attuale mostra dedicata al Beato Angelico. «La novità è la presenza di più prestiti internazionali ma soprattutto la ricomposizione di opere perdute. La pala di San Marco, ad esempio, commissionata da Cosimo de’ Medici, smembrata e dispersa in più musei, reintegra oggi 17 dei suoi 18 elementi. Questa è un’occasione unica per vedere riunite opere sparite per oltre due secoli.»
Foto: Palazzo Strozzi e Museo di San Marco, Firenze, 2025. Photo: Ela Bialkowska, OKNO Studio.