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L’odissea dei caribù

L’odissea dei caribù

Destini che scompaiono

L’evanescenza è un fenomeno enigmatico, inafferrabile se pur reale, che invita a immaginare ciò che tende a scomparire, o a ricordare cosa è stato prima. Progressivo e inconsistente è un limbo ovattato che trasmette solitudine ma nel contempo un senso di calma interiore.

“Vanishing Caribou” è il reportage di Katie Orlinsky, fotografa e documentarista statunitense che racconta la crisi ambientale attraverso il senso della mancanza, svelando ciò che si dissolve nel tempo. I Caribù (Rangifer tarandus) sono le renne dei paesi artici, la cui migrazione è nota come la più lunga della storia. Ogni anno queste creature percorrono migliaia di chilometri verso nord per raggiungere i siti di riproduzione e allattamento, ma la deforestazione e i cambi climatici hanno messo a rischio la loro sopravvivenza e quella dei popoli indigeni.

Perché fermare un così lungo e importante cammino?

Il reportage, in mostra al festival fotografico Siena Awards dal 26 settembre, affronta la crisi dell’ecosistema artico attraverso uno sguardo appannato ma acceso, ricordando l’importanza fisiologica della relazione uomo-animale-terra.

 L’Artico è uno di quegli angoli della terra in cui l’escalation climatica è inesorabilmente tangibile per le specie animali, abitudini popolari, risorse di sussistenza. Sull’impronta profonda di questa mancanza le nuove generazioni stanno cercando di ricostruire una nuova identità. Da questa resilienza muove il progetto fotografico della Orlinsky, che per dieci anni ha seguito il percorso migratorio dei caribù attraversando zone selvagge della tundra. Le comunità indigene degli Iñupiat, Gwich’inInuvialuit in Alaska e Canada vivono da sempre in simbiosi con le renne che per loro rappresentano l’identità stessa della propria terra. Questi animali con il loro pascolo smuovono il terreno, mantenendolo fertile e vivo. Inoltre in ogni sua parte, dalla pelliccia alle carni fino ai loro contorti palchi, sono risorsa e sussistenza per questi popoli.

Il reportage svela dunque la sacralità della connessione tra uomo e animale, dove persino la caccia crea un carnale legame, profondo e alchemico.

Scenari avvolti da neve e nebbia palpabile che sembrano un presagio di invisibilità per il futuro, sottraggono i contrasti e le linee decise. Domina l’inconsistenza visiva in un’eco di riflessione. Cancellare i dettagli scegliendo un prisma di colori conformi e affini attraverso la tecnica, ricorda le immagini surrealiste del fotografo Luigi Ghirri, solitarie e d’inquietudine dove protagonista è la sfumatura, i toni e la luminanza. Noto per i suoi lavori tenui e malinconici, spesso ha scelto la fotografia in high key (chiave alta di toni e luminosità), tecnica che affida il racconto esclusivamente alla luce con sovraesposizioni controllate in contrapposizione con la dark key, che tende a sottoesporre virando sui neri. Caratterizzata da un’illuminazione predominantemente chiara, attraverso questa tecnica le ombre sono schiarite, l’immagine appare così nebbiosa, senza contorni nitidi ma uniformemente accesa. Non è una scelta estetica ma un linguaggio visivo, o come nel caso di Ghirri…metafisico.

Nel progetto “Atlante” realizzato negli anni settanta, il fotografo emiliano utilizzò l’high key per creare una cartografia emotiva dell’Italia contemporanea con una luce che trasformava i soggetti fotografati in reliquie nostalgiche. La sovraesposizione cancellava la dimensione di questi oggetti, trasformandoli in frammenti di memoria collettiva, il risultato visivo è una sorta di catarsi. L’immagine così onirica ha il potere di trasportare in dimensioni metafisiche, se non magiche.

La fotografia è dunque un linguaggio capace di accompagnare in viaggi interiori, reali o immaginari, svelando realtà sconosciute o mai davvero osservate.

Vita e morte dei caribù rappresentano la sopravvivenza delle comunità che abitano quegli scenari.

I volti di quei popoli e il manto delle creature portano i medesimi segni.

Secondo la leggenda di questi luoghi ancestrali ciascun Gwich’in possiede una parte di caribù nel suo cuore e ogni caribù ha un po’di Gwich’in nel proprio.

Solo dentro questo pensiero magico il futuro può sopravvivere.

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