“Il colore soprattutto, forse ancor più del disegno, è una liberazione.”
(Henri Matisse)
“Io sono un architetto”. Così Ettore Sottsass amava definire se stesso, uno dei protagonisti assoluti del Novecento, artista e creativo eclettico, pittore, designer, fotografo e, anche, architetto. Rivoluzionario del linguaggio artistico attraverso un uso sapiente di colore inteso come gesto politico, osservando il suo lavoro, ancora oggi, si ha la sensazione di trovarsi davanti a qualcosa di sorprendentemente contemporaneo, le sue opere occupano spazio, interrompono l’equilibrio, chiedono di essere guardate. Mentre il minimalismo dominante di quegli anni e il design internazionale inseguiva la purezza della forma e la neutralità del colore, Sottsass stava già lavorando su una domanda più profonda: come può il progetto restituire centralità all’esperienza umana dentro una società sempre più industrializzata e standardizzata?


Gli oggetti per Sottsass sono elementi emotivi e simbolici, prima ancora che funzionali: raccontano storie, generano energia, stimolano l’immaginazione, sono capaci di influenzare emozioni, percezioni e stati d’animo, creando relazioni con chi li utilizza. Non decorazione, né semplice esercizio estetico, ma una presa di posizione contro l’idea che gli oggetti debbano limitarsi a essere neutri, silenziosi, invisibili. Anche il design si fa esperienza sensoriale e gesto di resistenza, lontano dalle logiche del potere, della guerra e del consumo di massa. Linee, colori e forme non sono più mere scelte decorative ma si trasformano in veri e propri strumenti di liberazione esistenziale capaci di rompere gli schemi, creare connessioni, sottrarsi all’omologazione e modellare nuovi spazi e possibilità di rinascita. Decisivo in questo percorso fu il viaggio in India, compiuto all’inizio negli anni Sessanta: l’incontro con una cultura in cui gli oggetti conservano una dimensione spirituale trasformò profondamente il suo modo di progettare, in grado di evocare emozioni e relazioni con il mondo.
Sottsass non trascurò neanche il linguaggio editoriale, trasformando libri e riviste in spazi di sperimentazione visiva. Testo, illustrazione e grafica si fondono in una composizione libera e dinamica: l’impaginazione tradizionale viene superata a favore di una comunicazione più espressiva, capace di coinvolgere il lettore sul piano visivo oltre che su quello informativo.
Sottsass parla ancora al presente, perché prima che forma è stato una ricerca senso.
La mostra in corso fino al 26 luglio a Palazzo Buontalenti a Pistoia ne è testimone. La grande retrospettiva, ricostruisce oltre trent’anni di ricerca (dall’immediato dopoguerra fino al 1975) di uno dei protagonisti assoluti del Novecento. Più di millequattrocento opere, molte delle quali esposte per la prima volta, raccontano il percorso di chi ha attraversato il secolo scorso senza mai accettarne davvero le regole. Dalle collaborazioni con Bitossi Ceramiche e Aldo Londi a Montelupo Fiorentino, al lavoro con Poltronova ad Agliana e con Olivetti a Pisa, passando per il viaggio in India e la grave malattia dell’anno successivo, ogni tappa contribuisce a delineare l’evoluzione di un linguaggio progettuale unico, che ha messo in dialogo tecnologia, cultura e spiritualità.